Santina Vadalà
Vorrei ricordare con parole vere, e non di circostanza, mia zia, Santina Vadalà, nata nel 1922 e morta il 16 aprile 2020 in una manciata d’ore.
Non era sposata e non aveva figli.
Santina ha trasferito nell’insegnamento la sua passione per la poesia e la storia, strumenti di lavoro fini, con i quali puntava a raggiungere il nucleo immaginifico dei suoi allievi, per renderli liberi e pensanti.
A ventiquattro anni si trasferisce da Messina nel suo entroterra collinare, a Scafone.
È maestra in una scuola rurale.
Si occupa dell’istruzione dei figli dei contadini che raccoglie in una pluriclasse dove tutti condividono e apprendono quelle cose straordinarie che rendono liberi i bambini: la scrittura e la lettura.
Raccontava mia zia che a sera anche i genitori contadini reclamavano la loro parte; portandosi dietro i bracieri si trasferivano nel piccolo edificio adibito a scuola e ascoltavano la giovane Santina leggere storie e raccontare della città, Messina, vicina e remota al tempo stesso.
Dal 1963 Santina è al Nord, in Lombardia.
Diventa insegnante di ruolo alla scuola media e insegna per quaranta anni.
Anche per questo nel 1988 riceve la medaglia d’argento ai benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte.
Ha continuato a vivere fra i suoi libri e ogni tanto ha raccontato anche a me la storia di quando era maestra rurale in un’Italia che la voragine del tempo ha inghiottito e poi restituito, ma non sempre all’altezza dei suoi maestri.
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