Clelia Rossi
Era molto bella. Alta, sottile, gli occhi chiari un po’ malinconici, i movimenti eleganti ereditati dai tempi in cui, al “Radiocorriere”, si occupava di moda. Negli anni di lavoro all’archivio Rai, invece, aveva affinato la passione per la memoria. Quella collettiva, che la spingeva a leggere con interesse avido libri di storia, biografie e quotidiani, instancabile, sempre informata, sempre curiosa del mondo, persino negli ultimi giorni in cui non si alzava più dal letto. “Ma che cos’è, Raffaella, questo digital first?” E la memoria familiare, di cui era una custode attenta e affettuosa, collezionista di foto e scritti di lontani progenitori come degli amatissimi pronipoti. Accumulava ricordi: le cose belle, oggetti antichi familiari o litografie, ma anche quelle apparentemente anonime, neglette, che però rimandavano a volti e mondi altrimenti perduti. E quando parlavi con lei li faceva tornare vivi, vicini. La sua inquietudine emergeva all’ora dei pasti: la voracità le era estranea. Mangiava poco, molto lentamente, con diffidenza, vegetariana quando ancora non era di moda. Indisciplinata, come se dietro quel suo carattere dolcissimo si nascondesse un animo ribelle che emergeva nel disordine di una stanza o nel rifiuto di una pietanza. Clelia Rossi era mia zia. È morta il 24 aprile all’ospedale Amedeo di Savoia di Torino per Covid, a 85 anni. Anche se non abbiamo potuto essere con lei, so che tutti i volti amati e le storie passate le tenevano la mano.
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